Le forme del non rispetto

Sempre più spesso, nel mio lavoro clinico, mi trovo ad ascoltare storie di NON RISPETTO.
Storie che raccontano di comportamenti e di parole offensive e profondamente lesive.Storie che, sommate ai tanti, terribili e frequenti fatti di cronaca, concorrono nel fare del rispetto un valore sempre più in crisi. Il rispetto è conditio sine qua non della società e del vivere civile, in quanto siamo tutti chiamati a confrontarci con una comunità di persone, disciplinata da regole ben precise che abbiamo il dovere morale e civile di rispettare. Citando Kant: “La libertà non consiste nel fare tutto senza regole ma, al contrario, nell’avere la determinazione di agire nel rispetto delle condizioni morali riconosciute”.

Il rispetto è ciò che è dovuto ad ogni persona in quanto tale, nel riconoscimento del proprio valore e della propria dignità. L’etica del rispetto nasce da:

  • Una corretta educazione alla convivenza civile, in cui si valorizzano e si stimolano le capacità e le competenze di ciascuno, senza pregiudizi di alcun tipo;
  • Una corretta educazione al riconoscimento dei diritti individuali e della dignità altrui, in cui c’è l’obbligo di astenersi da atti offensivi e lesivi.

I fatti di cronaca raccontano sempre più spesso una realtà diversa, fatta di comportamenti e di parole offensive e profondamente lesive. Storie di violenza, fisica e psicologica. Storie senza alcun rispetto.

La mancanza di rispetto è una violenza vera e propria, una violazione del proprio territorio intimo, che può essere consumata in molti modi e su tanti livelli. A volte è esposta, sbandierata, altre invece è ben nascosta, tanto che si fa fatica a riconoscerla.

DISRESPECT-1500x964Si manca di rispetto ogni qual volta non si ha riguardo per gli altri o per se stessi. La parola rispètto ci insegna proprio questo, a re-spicère, a guardare di nuovo, a riguardare, ad avere quindi ri-guardo per qualcuno o per qualcosa. Nel rispetto c’è intenzionalità, c’è la volontà reale di avvicinarsi all’altro con educazione e gentilezza per conoscerlo, riconoscerlo e accettarlo nella sua specificità. Il rispetto, come l’amore, è gratuito e senza condizioni, quindi come non può sussistere il “Ti amo se…”, allo stesso modo non può esistere il “Ti rispetto se…”. Portare rispetto vuol dire concedere a se stessi e agli altri la libertà di essere esattamente ciò che si sceglie di essere, nella piena consapevolezza del proprio valore e della propria dignità.

Le offese alla dignità, piccole o grandi che siano e all’integrità personale, feriscono profondamente poiché veicolano un chiaro messaggio di NON interesse e NON attenzione nei confronti nostri e dei nostri bisogni e sollecitano una varietà di risposte emotive e verbali.

Una risposta emotiva connessa alla mancanza di rispetto è la RABBIA, la cui finestra di tolleranza varia da persona a persona ed è strettamente collegata all’autostima: tanto più si avrà un senso esteso del Sé, tanto più si riscontreranno mancanze di rispetto. La rabbia è un’emozione che nasce dal riconoscimento di una violazione, dalla constatazione che l’altro non sta dimostrando né riguardo, né cura. Una risposta verbale collegata alla rabbia è la pretesa di rispetto, perché quando qualcuno non ce ne dimostra, offendendo o umiliando, abbiamo tutto il diritto di reagire e di rispondere, nel pieno rispetto dell’altro ma, soprattutto, di noi stessi.

Tuttavia la rabbia è una risposta emotiva che non sempre emerge perché, spesso sepolta sotto il dolore, l’impotenza e la delusione, viene sostituita dal silenzio. La mancanza di rispetto molto spesso non viene riconosciuta, soprattutto nelle relazioni sentimentali, perché agita silenziosamente e su tanti livelli. In amore il non rispetto non include solo la violenza fisica e le minacce verbali, ma anche il sarcasmo, il cinismo, le offese e gli insulti, la mancanza di stima, l’ingratitudine, i sospetti e le accuse, la rigidità e la chiusura, la non cura e il disinteresse. Tutti elementi che non vengono riconosciuti subito, perché spesso inseriti in un contesto tanto abituale da essere normalizzato.

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Nelle relazioni, così come in tutti i rapporti umani, si è tutti sullo stesso livello, ciascuno con le proprie specificità, ma mai diversi o inferiori. Nessuno può ritenersi “umanamente” superiore a qualcun’altro e quando questo accade, quando si tende a prevalere sull’altro, invadendone lo spazio vitale, è indice di un rapporto non sano. Secondo lo psicologo John Gottman, “Il disprezzo e la mancanza di rispetto sono segni inequivocabili che la continuità della coppia è in un punto davvero critico”.

Accettare e tollerare la mancanza di rispetto, soprattutto se reiterata, vuol dire concedere all’altro accesso illimitato al nostro spazio vitale e il potere di ferirci, rafforzando così il messaggio che lo stesso permesso potrà essere accordato anche nel futuro. Il rispetto è speculare, perché se è vero che l’altro ci manca di rispetto, è anche vero che noi in parte glielo permettiamo e questa è una responsabilità di cui dobbiamo farci carico.

PrintNon è possibile controllare il comportamento dell’altro, ma è possibile operare delle correzioni sul proprio. Avere rispetto per se stessi vuol dire difendere e preservare la propria individualità imparando a stabilire dei limiti; vuol dire chiarire cosa si è disposti a tollerare e cosa no in una relazione per poi fissare dei confini ben precisi, che, se oltrepassati porteranno a delle conseguenze.
Ciascuno ne ha la capacità.

Quando in una relazione viene a mancare il rispetto, agito in una delle sue molte forme, l’intuito se ne accorge. A volte è una sensazione ben chiara, altre viene appena percepita, quasi scorresse sottopelle, ma in entrambi i casi è una reazione, un segnale che ci mette in allerta, una sorta di allarme perimetrale che scatta non appena qualcuno si avvicina pericolosamente ai nostri confini. Un campanello d’allarme che va ascoltato sempre. Imparare a fissare dei limiti ci permette di riconoscere tempestivamente i segnali del non rispetto.

Articolo a cura della Dott.ssa Nicoletta Remiddi

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